... Siamo proprio sicuri di "non essere più in Kansas"? Metodi quantitativi ed epistemologia della ricerca in psicoterapia: una prospettiva critica.

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Massimo Grasso
Pietro Stampa

Abstract

Un’illusione ideologica si ripresenta ciclicamente sulla scena del dibattito culturale, con una periodicità oscillante fra i trent’anni e il mezzo secolo. L’ultima volta aveva preso la forma semantica della “neutralità della scienza”; oggi riveste quella della sua “a-teoreticità”.
Dilaga nelle comunità scientifico-professionali una sorta di repulsione verso le componenti e i prodotti del pensiero non immediatamente quantificabili, in favore di un riduzionismo oggettivante che iper-valorizza la tecnologia, i servomeccanismi, le scorciatoie, gli schematismi; prevale la tendenza a ridurre ogni continuum e ogni complessità a elementi semplici, discreti, misurabili in modo lineare; si ridimensiona drasticamente il peso della soggettività entro i modelli di rappresentazione della realtà — la soggettività diventa “rumore”, e per meglio farla fuori senza essere costretti a riconoscerlo, la si traduce in numeri. E si favoleggia di “fatti” osservabili al di qua di ogni interpretazione. Un notevole ribaltamento: non è più dio che è morto, ma Nietzsche.
L’illusione cambia nome, ma è sempre la stessa. Uno storico delle idee potrebbe ricostruirne il percorso dal medioevo ai giorni nostri: ma una simile operazione diBegriffgeschichte esula dalle nostre competenze e dai limiti concettuali e di spazio del presente contributo — ci limiteremo dunque a parlarne in termini di attualità, con qualche occasionale puntata indietro, agli anni ’50-’70 del XX secolo. E ci limiteremo, ovviamente, all’ambito della ricerca e della pratica professionale della psicologia clinica e della psicoterapia: nel quale la pervasività dell’illusione comporta, come per un “effetto domino”, un certo numero di conseguenze concettuali che costituiscono altrettanti vizi epistemologici, dai quali ulteriormente conseguono sistematici travisamenti della realtà nella rappresentazione delle relazioni interpersonali entro contesti istituiti e non, e della vita mentale dei singoli soggetti coinvolti nelle relazioni stesse.
A questa illusione e alla sua ricaduta abbiamo dedicato alcuni interventi di recente pubblicazione (Grasso & Stampa, 2005, 2006, 2007; Grasso, 2006) nei quali abbiamo inteso approfondire alcune questioni riguardanti i concetti di salute e malattia mentale e il loro rapporto con la prassi diagnostica e terapeutica in ambito psicologico e psichiatrico e che in parte verranno ripresi anche nel presente saggio.
Ripercorriamo qui l’argomento centrale. La riflessione sul lavoro clinico in psicologia e in modo particolare sugli esiti dell’intervento psicologico-clinico e psicoterapeutico, e sulle dinamiche iscritte nei relativi processi, va assumendo in questi anni un’importanza crescente; ma all’interno di tale riflessione l’aspetto meno trattato sembra essere proprio quello che più di altri può darle un senso: intendiamo riferirci alla sua cornice metodologica.
Frequentemente, come proveremo a dare conto più avanti, ci è capitato di confrontarci con posizioni che hanno alimentato nostre considerazioni e argomentazioni, talvolta molto critiche a causa delle semplificazioni e dei riduzionismi di cui sono nutrite: come nella ben nota pellicola The Wizard of Oz,2 abbiamo avuto la sensazione di esserci sovente imbattuti in altrettante novelle Dorothy Gale, che, abbandonata la mediocre realtà della fattoria dove vivono — virata in seppia, nel film — e con gli occhioni sgranati su un mondo improvvisamente a colori, dove tutto è bello e grande, meraviglioso e sorprendente, si rivolgono al cagnolino che le accompagna con la frase:«Toto, I’ve a feeling we’re not in Kansas anymore».
Ma noi, ricercatori e professionisti della psicologia clinica e della psichiatria, siamo proprio sicuri di non essere più in Kansas? 
In altre parole, ci è sembrato che molte volte la ricerca in psicologia clinica e psicoterapia sia alimentata da facili entusiasmi e dubbie esaltazioni per soluzioni apparentemente semplici e brillanti a problemi complessi: ma, spesso, non di soluzioni semplici si tratta, quanto, a nostro modo di vedere, di semplicistici espedienti. Come nella promozione del film, ci è sembrato di udire, di tanto in tanto, roboanti slogan del tipo «Mighty Miracle Show of 1000 Delights» o «Gaiety! Glory! Glamour!», così come ci è stata trasmessa, da parte di qualcuno, la convinzione di essere, inequivocabilmente, sulla Yellow Brick Road, cioè su quella che potremmo definire la strada “giusta”, senza dubbi né ripensamenti possibili.
Sappiamo bene il rischio che corriamo, assumendo una posizione critica, e diremo subito che non ci piace, per frenare le ebbrezze delle tante elettrizzate Dorothy incontrate, sposare la prospettiva della Wicked Witch of the West, se non altro per non correre il pericolo di finire disciolti da una secchiata d’acqua sul pavimento della cucina: ma anche perché, più sostanzialmente, il nostro intento non è quello di spengere l’anelito alla ricerca e al nuovo e rimanere bloccati nell’inerzia e nell’immobilità. La nostra non è comunque una posizione comoda e ce ne rendiamo conto: ci preme tuttavia, se gli occhi ce lo rivelano, segnalare, come il bambino di Andersen («but he has nothing on at all»), l’eventuale “nudità dell’imperatore” e magari ricordare e ricordarci che dietro il magnifico mago di Oz, può talvolta celarsi un innocuo vecchietto di Omaha, Nebraska.

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Biografie autore

Massimo Grasso

Professore ordinario di Psicologia clinica – Università di Roma “La Sapienza”. 

Pietro Stampa

Psicologo clinico libero professionista, Roma; professore a contratto di Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni educative – Università di Chieti .

Come citare

Grasso, M., & Stampa, P. (2013). ... Siamo proprio sicuri di "non essere più in Kansas"? Metodi quantitativi ed epistemologia della ricerca in psicoterapia: una prospettiva critica. Rivista Di Psicologia Clinica , 1. https://quadernidipsicologiaclinica.com/index.php/rpc-archivio/article/view/1057

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