La formazione in azienda: una "rilettura critica".
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Abstract
Questo articolo è scritto pensando ai formatori e agli studenti che si preparano per diventarlo, con l’intento di proporre una lettura critica di alcuni aspetti inerenti alla formazione. Obiettivo di questo lavoro è quello di introdurre alcune considerazioni sullaformazione intesa come strumento di intervento nelle organizzazioni, rivisitarne i modelli impliciti e proporre un modello fondato sul paradigma individuo-contesto. Ritengo che pensare le criticità possa essere utile a chi sta costruendo una propria professionalità in questo campo, nell’ipotesi che la competenza principale del formatore sia nel pensare continuamente la funzione professionale che attiva, in rapporto ai contesti, agli interlocutori, agli strumenti da utilizzare e agli obiettivi da perseguire. Formare e formarsi, in quest’ottica, significa apprendere dall'esperienza, implicarsi emozionalmente, pensare chi si è, dove si sta, con quali obiettivi e, contemporaneamente, riflettere in modo criteriato sulle emozioni evocate dai rapporti formativi. Quanto fin qui accennato, è scaturito all'interno della mia esperienza di lavoro con il gruppo delle Cattedre di Psicologia Clinica del prof. R. Carli e della prof.ssa R. M. Paniccia. Si tratta di idee che continuo a sviluppare, utilizzandole e pensandole entro la mia attività professionale e formativa.
Mentre scrivo penso all'articolo di Cinti (2006) e ho in mente quanto proposto da Dragonetto (2006) nell'articolo pubblicato su FOR n. 69. I loro contributi rappresentano una proposta di riflessione sul senso della formazione attuale, che spesso sembra svuotarsi di significato per appiattirsi sulla sterile riproduzione di schemi ormai vuoti. Nei loro contributi si soffermano sulle parole utilizzate nella formazione: “un flusso costante e continuo di parole. Ma non molte, anzi. Un vocabolario ristretto, quasi uno slang” (Dragonetto, 2006, p. 64). Dragonetto sostiene che “le parole diventano il terreno dove si gioca l’incontro e il rapporto totale e complesso con la realtà dell’altro” esuggerisce un interrogativo: “quanto la Formazione sia stata disposta a giocarsi sul serio in un rapporto con l’altro (i partecipanti) o invece non si sia preoccupata solo di trovare ulteriori nuovi modi per parlare, addestrare, insegnare e declamare, ma non di ascoltare, preoccupata primariamente delle cose da dire, dei messaggi aziendali da trasmettere, dei metodi per “convincere” e non del rapporto interumano degli uomini e delle donne che, lavorando nelle organizzazioni, proprio sul lavoro che fanno hanno qualcosa da dire” (Dragonetto, 2006, p. 65).
Nel corso di questo scritto, utilizzerò alcune definizioni teoriche sulla formazione e farò riferimento alla letteratura prodotta sul tema, insieme alle considerazioni sviluppate a partire dalle mie esperienze lavorative e formative. Queste ultime sono molto diverse tra loro per contesti, interlocutori e obiettivi, per le funzioni assunte e per le differenti fasi del percorso professionale in cui si inseriscono.
In questo lavoro intendo proporre una critica delle tendenze attuali in campo di formazione e discutere un modo di pensare la formazione ancorandomi, non ad una “teoria dell'uomo” - e spero di chiarirne il motivo - ma ad una “teoria della relazione” tra l'individuo e il contesto in cui lavora, fondata sulla teoria bi-logica della mente (Matte Blanco, 1975); in quest'ottica le emozioni non sono più considerate come risposte individuali a stimoli ambientali,ma sono fondanti il rapporto tra individui e contesti organizzativi, modalità condivise di “simbolizzare” i contesti in cui si vive, in altri termini modelli culturali (Carli & Paniccia, 2002); le parole, lette nella loro densità emozionale (secondo il principio della doppia referenzialità di Fornari) sono indizi utilissimi per esplorare tali processi culturali.
Mentre scrivo penso all'articolo di Cinti (2006) e ho in mente quanto proposto da Dragonetto (2006) nell'articolo pubblicato su FOR n. 69. I loro contributi rappresentano una proposta di riflessione sul senso della formazione attuale, che spesso sembra svuotarsi di significato per appiattirsi sulla sterile riproduzione di schemi ormai vuoti. Nei loro contributi si soffermano sulle parole utilizzate nella formazione: “un flusso costante e continuo di parole. Ma non molte, anzi. Un vocabolario ristretto, quasi uno slang” (Dragonetto, 2006, p. 64). Dragonetto sostiene che “le parole diventano il terreno dove si gioca l’incontro e il rapporto totale e complesso con la realtà dell’altro” esuggerisce un interrogativo: “quanto la Formazione sia stata disposta a giocarsi sul serio in un rapporto con l’altro (i partecipanti) o invece non si sia preoccupata solo di trovare ulteriori nuovi modi per parlare, addestrare, insegnare e declamare, ma non di ascoltare, preoccupata primariamente delle cose da dire, dei messaggi aziendali da trasmettere, dei metodi per “convincere” e non del rapporto interumano degli uomini e delle donne che, lavorando nelle organizzazioni, proprio sul lavoro che fanno hanno qualcosa da dire” (Dragonetto, 2006, p. 65).
Nel corso di questo scritto, utilizzerò alcune definizioni teoriche sulla formazione e farò riferimento alla letteratura prodotta sul tema, insieme alle considerazioni sviluppate a partire dalle mie esperienze lavorative e formative. Queste ultime sono molto diverse tra loro per contesti, interlocutori e obiettivi, per le funzioni assunte e per le differenti fasi del percorso professionale in cui si inseriscono.
In questo lavoro intendo proporre una critica delle tendenze attuali in campo di formazione e discutere un modo di pensare la formazione ancorandomi, non ad una “teoria dell'uomo” - e spero di chiarirne il motivo - ma ad una “teoria della relazione” tra l'individuo e il contesto in cui lavora, fondata sulla teoria bi-logica della mente (Matte Blanco, 1975); in quest'ottica le emozioni non sono più considerate come risposte individuali a stimoli ambientali,ma sono fondanti il rapporto tra individui e contesti organizzativi, modalità condivise di “simbolizzare” i contesti in cui si vive, in altri termini modelli culturali (Carli & Paniccia, 2002); le parole, lette nella loro densità emozionale (secondo il principio della doppia referenzialità di Fornari) sono indizi utilissimi per esplorare tali processi culturali.
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Ricerche
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Come citare
Pagano, P. (2008). La formazione in azienda: una "rilettura critica". Rivista Di Psicologia Clinica , 2. https://quadernidipsicologiaclinica.com/index.php/rpc-archivio/article/view/998