Psicoterapia e farmacoterapia della depressione. A proposito di un caso clinico.
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Abstract
Da diversi anni è documentata (Vaughan et al., 2000) l’esistenza di una correlazione inversa tra gravità della depressione e predisposizione ad assumere un atteggiamento mentale capace di valutare, psicologicamente, le relazioni fra sentimenti, pensieri e azioni; atteggiamento che permette di accedere e pensare alle origini e ai significati delle esperienze soggettive. Tale predisposizione tecnicamente nota come psychological mindedness risulta peraltro carente nel paziente depresso, rendendolo di fatto meno capace di impegnarsi in un processo di analisi e comprensione delle sue dinamiche psicologiche (Roose & Cabaniss, 2006). In ambito psicoanalitico, l’utilizzo di farmacoterapia per favorire il recupero di psychological mindedness all’inizio di una psicoterapia o nel corso di un trattamento analitico di un paziente depresso è parimenti indicato da svariati anni (Roose & Stern, 1995; Cabaniss, 2001).
Recentemente, in un lavoro monografico (Busch, Rudden, & Shapiro, 2007) è stata riaffermata ed argomentata l’importanza di trattare le persone sofferenti per disturbi depressivi di media o maggiore entità utilizzando una psicoterapia psicodinamica in combinazione con un trattamento farmacologico. Secondo tale ottica, gli elementi posti alla base del processo di questa scelta dovrebbero includere il livello di sofferenza del paziente e la misura in cui i sintomi depressivi interferiscono con il suo funzionamento quotidiano e con il processo psicoterapeutico; se i sintomi non regrediscono dopo due o tre mesi di psicoterapia, la terapia farmacologia dovrebbe essere presa in considerazione a ogni stadio del processo decisionale insito nella relazione psicoterapeutica.
La terapia psicodinamica ha il compito di esplorare sia la decisione relativa all’uso o meno del farmaco, sia i conflitti che possono derivarne. L’inserimento del farmaco, in questo ambito, appare quindi a volte essenziale oltre che per attenuare i sintomi depressivi anche per consentire alla psicoterapia di procedere, facilitando un’esplorazione approfondita dei conflitti dei pazienti. Secondo Busch, Rudden, & Shapiro (2007), di norma la combinazione di una psicoterapia psicodinamica con una farmacoterapia prevede il coinvolgimento ed il coordinamento di uno psicoterapeuta e di uno psichiatra dando luogo ad un cosiddetto “trattamento triangolare” (Beitman, Chiles, & Carlin, 1984; Busch & Gould, 1993; Riba & Balon, 2001), i cui vertici sono appunto costituiti, oltre che dal paziente, anche dallo psicoterapeuta e dallo psichiatra. Il “trattamento triangolare” può incontrare gravi difficoltà, fallire o essere interrotto per diverse ragioni: rottura delle relazioni, ricadute dei conflitti sugli interventi nel corso del trattamento, gelosia professionale tre le due figure curanti. Per cercare di evitare tali esiti è quindi fondamentale che i due professionisti in questione mantengano una costante comunicazione produttiva, in particolare proprio quando si incontrano difficoltà nel corso del trattamento.
Per completezza va anche ricordato come Busch, Rudden, & Shapiro (2007) indichino anche la possibilità che la combinazione della psicoterapia psicodinamica con l’utilizzo dei farmaci investa l’unica figura di terapeuta-medico ed il caso clinico su cui si focalizza questo lavoro, rappresenta un esempio concreto proprio di questa eventualità.
I risultati di psicoterapie nei disturbi depressivi così come della combinazione di psicoterapia e farmacoterapia sono oggetto di studi quantitativi approfonditi. Per una rassegna orientativa si vedano ad esempio Rush & Thase (2001) e de Maat et al. (2008). In Italia Fava (2001) ed il suo gruppo (Tomba & Fava, 2006; Ruini, Tomba & Fava, 2007; Tomba & Fava, 2007; Tomba & Fava, 2009) hanno ripetutamente esaminato ed affrontato con studi empirici queste tematiche.
Presentiamo un caso singolo, consapevoli delle limitazioni quantitative ma anche del fatto che lo studio approfondito di un caso singolo può indicare nodi problematici e vicende che possono essere sviluppati, svolgere una funzione euristica (Nasio, 2002) e trovare eventuali validazioni o confutazioni successive anche sul piano della ricerca empirica quantitativa.
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