Simbolizzazioni affettive dell’incontro tra psicologo e persona transessuale: l’analisi testuale dei resoconti tra prassi clinica e contesto dell’intervento.
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Abstract
In psicologia clinica l’attività del resocontare è spesso parte indissociabile e costitutiva dell’operare clinico, ad esso strettamente interconnessa, come pensiero e riflessione sulla prassi (Lancia, 1990), che orienta l’intervento e motiva il cambiamento. Nella misura in cui la sospensione dell’azione ed il sostare in uno spazio di potenziale significazione consente il pensiero su gli eventi, l’attività del resocontare diviene strumento di esplorazione, veicolo di conoscenza e com-prensione di sé, dell’altro e della relazione (e del contesto istituente la relazione) tra sé e l’altro. Ma il reso-contare (dal combinarsi di rendere e contare) sembra accogliere in sé sfumature diverse di significato, a seconda che la bilancia penda maggiormente sul primo o sul secondo fattore. Dal latino rendere, un tempo rĕddere, trasformatosi sotto l’influsso di vendere e prendere (cfr. Cortelazzo & Zolli, 1999), significa “dare di nuovo”, ma anche “rappresentare, esprimere, descrivere, tradurre”. Sicché, se da un lato appare implicito il rimando ad una dimensione di relazione che si realizza attraverso uno scambio, un dare e avere e, allo stesso tempo, una restituzione -di “conti”, ovvero di una stima, un risultato, sia esso in termini di oneri sia di vantaggi-, dall’altro implicita è l’idea di un’espressività in divenire, che è raffigurazione, traduzione, dispiegamento. D’altro canto, ponderando il peso del “contare”, quel che sovviene arricchisce l’idea di una comunicazione che, nella sua trasmissibilità, si fa storia, racconto.
In quanto “narrazione particolareggiata”, nell’intento di render conto (restituire, tradurre, raccontare) a qualcuno di qualcosa, il resoconto tiene quindi in sé emittente e destinatario, oggetto e finalità, testo e contesto.
C’è da chiedersi, dunque, cosa si scrive in un resoconto clinico? Chi lo scrive, per chi lo scrive e, soprattutto, perché? Le risposte a queste domande sembrano combinarsi ed articolarsi nella qualificazione di un contesto, che è scenario e dispositivo di strutturazione e significazione del resoconto, nonché dell’incontro psicologico.
A seconda che l’ambito sia personale, formativo, comparativo o divulgativo e che il resoconto si rivolga o meno, quindi, ad un pubblico, sia esso di superiori (supervisione), di pari (intervisione) o alla comunità scientifica, chi scrive narra della storia dell’altro e dell’incontro e, più o meno esplicitamente, di sé; scrive per sé o per condividere insieme ad altri o, ancora, per comprendere per mezzo degli altri qualcosa di sé, dell’altro e della relazione, così da soddisfare la propria sete di conoscenza, arricchire il proprio iter formativo e orientare l’intervento clinico. Psicologo “operante” e psicologo “scrivente” si fondono, dunque, incarnando un ruolo rispetto al compito e al contesto che, per dirlo con Freda (2004), è simbolicamente ed affettivamente connotato; sicché la stesura del resoconto clinico, in quanto costruzione soggettiva di significati, veicola un’intenzionalità che “confronta lo psicologo clinico con dimensioni di appartenenza e di pro-getto” (Lancia, 1990), da cui non si può prescindere. La trascrizione del materiale clinico e la comunicazione ad altri della propria esperienza, esprime infatti non soltanto una riproduzione storico-letteraria di quanto accaduto, bensì una ri-costruzione significante di contenuti ed eventi secondo un proprio stile personale; in sé, dunque, già una prima forma d’elaborazione, psichica e soggettiva, dei propri vissuti, che presenta e traduce la realtà esterna nei termini della realtà interna.
Attingendo ai molteplici significati sopra accennati, il resoconto clinico è, dunque, restituzione di un risultato che, il più delle volte, lo psicologo presenta ad un pubblico diverso da colui che, nella relazione clinica, costituisce l’altro polo dello scambio (il paziente o, se si preferisce, il cliente) e che solo indirettamente ad esso ritorna, come restituzione, spesso proprio in virtù di questo primo passaggio. E’ raffigurazione per mezzo di segni, traduzione in parole di un’esperienza vissuta, di impalpabili e confuse tracce sensoriali e mnestiche che, prendendo forma, contribuiscono al dispiegarsi di quanto accaduto ed agito, da sé e dall’altro, entro lo spazio clinico. E’ narrazione che, a seconda delle finalità e del contesto, si rivolge a chi è lì per accoglierla.
In quanto “narrazione particolareggiata”, nell’intento di render conto (restituire, tradurre, raccontare) a qualcuno di qualcosa, il resoconto tiene quindi in sé emittente e destinatario, oggetto e finalità, testo e contesto.
C’è da chiedersi, dunque, cosa si scrive in un resoconto clinico? Chi lo scrive, per chi lo scrive e, soprattutto, perché? Le risposte a queste domande sembrano combinarsi ed articolarsi nella qualificazione di un contesto, che è scenario e dispositivo di strutturazione e significazione del resoconto, nonché dell’incontro psicologico.
A seconda che l’ambito sia personale, formativo, comparativo o divulgativo e che il resoconto si rivolga o meno, quindi, ad un pubblico, sia esso di superiori (supervisione), di pari (intervisione) o alla comunità scientifica, chi scrive narra della storia dell’altro e dell’incontro e, più o meno esplicitamente, di sé; scrive per sé o per condividere insieme ad altri o, ancora, per comprendere per mezzo degli altri qualcosa di sé, dell’altro e della relazione, così da soddisfare la propria sete di conoscenza, arricchire il proprio iter formativo e orientare l’intervento clinico. Psicologo “operante” e psicologo “scrivente” si fondono, dunque, incarnando un ruolo rispetto al compito e al contesto che, per dirlo con Freda (2004), è simbolicamente ed affettivamente connotato; sicché la stesura del resoconto clinico, in quanto costruzione soggettiva di significati, veicola un’intenzionalità che “confronta lo psicologo clinico con dimensioni di appartenenza e di pro-getto” (Lancia, 1990), da cui non si può prescindere. La trascrizione del materiale clinico e la comunicazione ad altri della propria esperienza, esprime infatti non soltanto una riproduzione storico-letteraria di quanto accaduto, bensì una ri-costruzione significante di contenuti ed eventi secondo un proprio stile personale; in sé, dunque, già una prima forma d’elaborazione, psichica e soggettiva, dei propri vissuti, che presenta e traduce la realtà esterna nei termini della realtà interna.
Attingendo ai molteplici significati sopra accennati, il resoconto clinico è, dunque, restituzione di un risultato che, il più delle volte, lo psicologo presenta ad un pubblico diverso da colui che, nella relazione clinica, costituisce l’altro polo dello scambio (il paziente o, se si preferisce, il cliente) e che solo indirettamente ad esso ritorna, come restituzione, spesso proprio in virtù di questo primo passaggio. E’ raffigurazione per mezzo di segni, traduzione in parole di un’esperienza vissuta, di impalpabili e confuse tracce sensoriali e mnestiche che, prendendo forma, contribuiscono al dispiegarsi di quanto accaduto ed agito, da sé e dall’altro, entro lo spazio clinico. E’ narrazione che, a seconda delle finalità e del contesto, si rivolge a chi è lì per accoglierla.
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Sezione
Resoconti
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Come citare
Boursier, V. (2013). Simbolizzazioni affettive dell’incontro tra psicologo e persona transessuale: l’analisi testuale dei resoconti tra prassi clinica e contesto dell’intervento. Rivista Di Psicologia Clinica , 3. https://quadernidipsicologiaclinica.com/index.php/rpc-archivio/article/view/1047