Il rapporto tra ospedale e territorio nell’attuazione della continuità assistenziale: Il caso del fine vita

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Manuela Tomai
Veronica Rosa
Valentina Bua
Rossella Valotta

Abstract

La continuità assistenziale è un principio fondamentale nelle cure primarie.
Essa risponde all’obiettivo di creare una integrazione e una collaborazione tra le varie strutture e servizi di assistenza sanitaria. A livello organizzativo rappresenta l’erogazione di servizi inseriti all’interno di un piano gestionale condiviso che dovrebbe sostanziarsi nella capacità di avviare e mantenere attivo un modello di lavoro in rete.
Implementare un lavoro di rete tra ospedale e territorio implica un cambiamento culturale radicale che sembra essere perseguito con molta difficoltà nella realtà italiana. La difficoltà di questa sfida è più evidente nella gestione del fine vita, specialmente per il personale medico.
A questo proposito il nostro studio si pone le seguenti domande di ricerca: come i medici si rappresentano la continuità tra ospedale e strutture del territorio deputate alla gestione di pazienti terminali? Quali sono le connotazioni culturali prevalenti della struttura ospedaliera e dell’hospice? Come viene trattata la questione del fine vita?
L’obiettivo principale della ricerca è stato quello di esplorare i modelli culturali che organizzano le rappresentazioni che i medici hanno della continuità della cura nel fine vita. A questo proposito sono stati intervistati, attraverso un’intervista semi-strutturata, 10 medici (4 appartenenti all’Unità Operativa Complessa di Oncologia medica dell’ospedale, 4 appartenenti all’UOC di Medicina d’urgenza dell’ospedale e 2 appartenenti all’hospice), operanti nel territorio di un capoluogo di provincia umbro.
I testi delle interviste sono stati interamente trascritti e analizzati attraverso l’Analisi Fenomenologica Interpretativa (IPA).
Complessivamente i dati emersi evidenziano una offerta dei servizi al paziente terminale non inserita in una rete condivisa, una cultura della continuità assistenziale ancora debole ma fortemente differente nei due contesti di riferimento (ospedale e hospice). Il processo di handover appare una pratica sostanzialmente formale e adempitiva, non basata su una comunicazione efficace e costruita sulle esigenze di paziente e familiare, quanto piuttosto agita in tempi strettissimi e quando il fine vita è imminente.
Viene, infine, discussa la funzione della professione di psicologo, evidenziando la necessità di una sua collocazione all’interno del team di assistenza, non solo con compiti di assistenza agli utenti, ma anche di facilitazione dei processi di lavoro e di costruzione dell’handover.

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Sezione

Special issue

Biografie autore

Manuela Tomai, University of Rome “Sapienza”, Università degli Studi “Sapienza”, Roma, Italia

Ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Università di Roma “Sapienza”.

Veronica Rosa, University of Rome “Sapienza”, Università degli Studi “Sapienza”, Roma, Italia

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Università di Roma “Sapienza”.

Valentina Bua, University of Rome “Sapienza”, Università degli Studi “Sapienza”, Roma, Italia

Specializzanda in Psicologia della Salute presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Università di Roma “Sapienza”.

Rossella Valotta, University of Rome “Sapienza”, Università degli Studi “Sapienza”, Roma, Italia

Specializzanda in Psicologia della Salute presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Università di Roma “Sapienza”.

Come citare

Tomai, M., Rosa, V., Bua, V., & Valotta, R. (2015). Il rapporto tra ospedale e territorio nell’attuazione della continuità assistenziale: Il caso del fine vita. Rivista Di Psicologia Clinica , 2, 26-43. https://quadernidipsicologiaclinica.com/index.php/rpc-archivio/article/view/1346