L’approccio clinimetrico in psicologia clinica.
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Abstract
Il processo di valutazione in psicologia clinica almeno inizialmente non includeva la quantificazione obiettiva e riproducibile degli aspetti psicopatologici. Descrizioni acute ed interessanti ma caratterizzate da estrema variabilità individuale contraddistinguevano lo stile di comunicare sui fenomeni psicopatologici tra clinici e ricercatori (Faravelli, 2004). E’ solo tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 che va affiorando, in psicologia clinica, il bisogno di sviluppare strumenti di misurazione obiettivi e standardizzati sia di gravità che di cambiamento dello stato psicologico come reazione all’atteggiamento prevalente in quegli anni, che, ispirato dalla fenomenologia e dalla psicoanalisi, caldeggiava la mancanza di riproducibilità come principio basilare nella studio della psicopatologia (ibidem). E’ da allora che la psicologia clinica moderna enfatizza l’importanza dell’uso di strumenti di misurazione e di valutazione che si fondino sui principi di validità ed attendibilità. In questo suo proposito, la ricerca si è così adagiata sul terreno scivoloso della teoria psicometrica (Bech, 1993). Lo sviluppo della psicometria, infatti, ha avuto luogo al di fuori del campo clinico, soprattutto nelle aree educative e sociali (Rust & Golombok, 1989). Dal momento quindi che i fenomeni da osservare nello sviluppo dei principi psicometrici non erano propriamente clinici, non stupisce apprendere che essi non potevano essere automaticamente adattabili in psicologia clinica senza crearvi limiti e problematiche (Fava, Ruini, & Rafanelli, 2004).
In questo lavoro verranno discusse le inadeguatezze del modello psicometrico in psicologia clinica e verrà sottolineata l’esigenza di una sua integrazione con un'ulteriore cornice teorica, la clinimetria.
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