La psicologia nella scuola o per la scuola: una riflessione “sperimentale” sull’uso dei test

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Luigi Verducci

Abstract

La ricerca in psicologia è abituata a confrontarsi con i grandi numeri. I ricercatori sono molto attenti a validare le proprie ipotesi su campioni molto ampi, per garantire la generalizzabilità dei risultati ottenuti. Ciò è dimostrato anche dallo spazio che ogni manuale sulla ricerca in psicologia riserva al concetto di validità esterna ed ai fattori che la minacciano. Per validità esterna si intende la misura in cui i risultati di un esperimento possono essere generalizzati oltre le condizioni sperimentali (Kazdin, 1996). Una buona validità esterna si ottiene, da un lato, costruendo un campione rappresentativo, per mezzo di una analisi accurata delle caratteristiche socio-demografiche delle persone che lo compongono; dall’altro, curando la standardizzazione della situazione sperimentale, per evitare che l’ambiente in cui avviene la ricerca possa inficiare i risultati raggiunti (Kazdin, 1996). Nella maggior parte degli esperimenti il ricorso ad un ampio numero di persone nasce dal desiderio di generalizzare i risultati alla popolazione più ampia possibile. Quindi gli psicologi nei loro studi entrano in contatto con molte persone, a volte molti gruppi di persone, ma, spinti essenzialmente dalle esigenze di validità esterna della loro ricerca, sono interessati alla quantità di persone contattate e alle loro caratteristiche individuali e non alla relazione che si può instaurare tra di loro e verso l’oggetto della ricerca. Questo significa che l’unità di analisi con cui vengono interpretati i dati è il singolo individuo. Pur avendo a disposizione molte persone, queste vengono studiate come tanti casi singoli. Come sottolinea Kazdin parlando dell’importanza della validità esterna, il riferimento esplicito di questi disegni sperimentali è la ricerca medica che, per missione, ha quale oggetto d’intervento la singola persona: “le preoccupazioni nei riguardi delle caratteristiche del campione e le implicazioni che sorgono dalla necessità di allargare i risultati ad altri soggetti vengono ben illustrate nella ricerca di tipo medico in cui l’intervento (ad esempio, il consumo di bevande leggere o di un particolare cibo) è somministrato ai soggetti (ad esempio, ratti da laboratorio) ed è inteso a dimostrare che provoca il cancro. Senza dubbio i ratti non da laboratoriogradirebbero sapere se questi risultati possono essere estesi anche a loro e alla loro dieta giornaliera” (Kazdin, 1996, pp. 43-44).
L’unica differenza sta nella delimitazione della porzione dell’individuo a cui si è interessati: il corpo in medicina; le caratteristiche di personalità, le emozioni (o altro in base alla scuola di riferimento) in psicologia. Viene alla mente un’altra prassi, quella scolastica, che “curiosamente [...] ha utilizzato sin dalle sue origini istituzionali, la “classe” quale luogo dell’apprendimento. [...] ma rimane il fatto che l’insegnante, a scuola, ha saputo utilizzare in minima parte, ed in casi sporadici, la risorsa che il “gruppo-classe” comporta; ancora oggi, usualmente, persegue l’apprendimento dei singoli, valuta l’apprendimento dei singoli, ragiona secondo modelli strettamente individualistici quando si trova a sviluppare un pensiero sulla propria azione formativa” (Carli, 2001, p. 66).

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Sezione

Contributi Teorici

Biografia autore

Luigi Verducci

Psicologo, specialista in Valutazione Psicologica.

Come citare

Verducci, L. (2013). La psicologia nella scuola o per la scuola: una riflessione “sperimentale” sull’uso dei test. Rivista Di Psicologia Clinica , 1. https://quadernidipsicologiaclinica.com/index.php/rpc-archivio/article/view/1064

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